Nuovi bagni nelle celle. Finalmente acqua calda – La Prealpina

Nuovi bagni nelle celle. Finalmente acqua calda

Lavori al piano terra, li eseguono quattro detenuti

Secchi, tubi, spatole, piastrelle. Quando si varca il portone della sezione, cioè del carcere vero e proprio, ci si trova in un cantiere. Un ampio corridoio, 14 celle, altre trenta nei due piani superiori. Quattro detenuti sono al lavoro al piano terreno, dove da gennaio si scrostano muri, sostituiscono tubature e installano sanitari. Alcune celle sono sistemate e occupate, altre, quelle sul lato sinistro dell’ampio corridoio, sono ancora in fase di ristrutturazione. I lavori prevedono il rifacimento dei bagni. Dal 2000 c’è una circolare che dice che deve esserci acqua calda corrente nel bagno delle stanze dei detenuti. Invece vi sono le turche e il lavandino ma non la doccia. Per lavarsi, tutti fuori: area comune con il cartello “docce”, un minimo di privacy rappresentato dai divisori parziali tra un getto d’acqua e l’altro. «I lavori sono cominciati il 16 gennaio, dovevano essere conclusi entro 4 mesi, abbiamo richiesto una proroga di un mese», dice il direttore della casa circondariale, Gianfranco Mongelli. Il ritardo è stato accumulato a causa della muffa in alcune celle, è stato tolto l’intonaco e si deve procedere a ridipingere. Nei nuovi bagni, con wc, lavandino e finalmente doccia, sono state messe alcune piastrelle bianche. Non è il grand hotel ma è dignitoso. A condurre i lavori, 4 detenuti, due muratori e due idraulici, che si dividono 3mila euro lordi al mese: 30 euro al giorno, dunque, 750 euro al mese. La squadra si chiama Mof (manutenzione ordinaria fabbricato) e in pratica ne fanno parte anche alcuni agenti di polizia penitenziaria (il comandante è Alessandro Croci, il coordinamento dei lavori è dell’ispettore capo Sergio Magonara) che se la cavano molto bene con muri e impianti. A parte le celle sistemate e occupate, non vi è alcun detenuto nell’ampio corridoio al piano terreno della sezione. Solo i quattro addetti ai lavori, insieme con la cooperativa Maco che si occupa dell’intervento. Il 26 maggio dello scorso anno il capo di dipartimento Santi Consolo è venuto in visita, l’8 giugno ha ordinato di mettere nero su bianco gli interventi necessari «e così abbiamo fatto», dice il direttore. Grazie all’intervento della parlamentare varesina Maria Chiara Gadda, dalla Cassa Ammende sono giunti i fondi per questo intervento (47mila e 821 euro). Nella lettera inviata dalla casa circondariale con le necessità più impellenti, vi erano tre punti. E cioè l’adeguamento dei bagni delle celle ai tre piani. Ora si attende un via libera anche per gli altri due progetti, trenta stanze in tutto che vanno dagli 8 ai 9 metri quadrati. «Questo carcere non chiude, lo ha detto il capo dei dipartimento dell’amministrazione penitenziaria un anno fa e i lavori che sono in corso lo dimostrano», ribadisce il direttore. «Questo carcere rimane a Varese e rimane dov’è». Con buona pace della dichiarazione del gennaio 2001, quando i Miogni furono definiti “dismessi”, cioè non idonei. La struttura ha bisogno di molti interventi, ma detenuti e agenti fanno di tutto per “tenerlo in piedi”, al meglio.

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